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Gli ultimi messaggi del Forum

La signora del lago - Andrzej Sapkowski

Ultimo libro della saga. Malgrado metá del libro tratti della guerra, anzi di una battaglia (e ció non mi ha fatto impazzire, avrei preferito ulteriori avventure della simpatica compagnia di personaggi) bisogna ammettere che é molto ben trattata, molto umanamente. Se il tutto fosse la trama di un film sarebbe finito prima delle ultime 150 pagine, che invece danno un sapore molto reale al vissero felici e contenti, e sono le pagine che permettono di alzare il giudizio alle 4 stelle. Notevoli i vari finali con le innumerevoli interpretazioni.... veramente degni di un videogioco. Globalmente la saga dedicata allo strigo è una discreta lettura, a tratti buona, sicuramente non un capolavoro del fantasy, assolutamete inferiore mille volte alle raccolte di racconti dello stesso autore.

Prima di noi - Giorgio Fontana

Prima di noi è la storia di un peccato originale e del tentativo reitarato di mondarlo. È un libro che mi è piaciuto non soltanto per la storia in sè, ma per gli echi letterarî che ogni personaggio mi ha evocato: Gabriele e Dostoevskij, Libero e Arundhati Roy, Davide e James Agee, Diana e Massimo Palma col suo Nico e le maree, e potrei continuare. Un libro, tanti libri: una lunga grandissima emozione

Il tempo della guerra - Andrzej Sapkowski

Libro dedicato pressoché interamente a Cirilla, molti intrighi di corte, e Ia coppia di protagonisti finalmente si riconcilia (si vede che é un romanzo scritto da un uomo, in quanto a ció viene dato pochissimo risalto, anzi l'episodio viene raccontato "di seconda mano")

L'uomo illustrato - Ray Bradbury

Un uomo completamente ricoperto di tatuaggi ti si para davanti. Ma non è un uomo, è un libro. Le illustrazioni prendono vita svelando storie che aspettano solo di essere raccontate. Questa la finzione letteraria per dare unità a una raccolta di racconti apparentemente diversi. Poca fantascienza, molta introspezione. I temi ricorrenti sono lo sbigottimento dell'uomo di fronte all'ignoto (L'ultima notte del mondo, Verso il nulla), che non trascende mai verso riflessioni filosofiche, ma evidenzia l'incapacità cognitiva dell'uomo, che a fronte del vuoto, non può che continuare passivamente la sua squallida esistenza. Per sfuggire a questo vuoto cerca un rifugio che gli ricordi una Terra ormai lontana, nello spazio e nel tempo (La lunga pioggia). Una terra di esuli, dove di fronte al progresso tecnologico, capace di sfornare macchine terribili (La savana, Marionette Inc.), la nostalgia è diventata impotenza. È rilevante la presenza dei bambini, qui visti come creature terribili, spietate (La savana, Il parco giochi, Ora Zero), che sfuggono al controllo dei grandi e con i quali la distanza è tale da rendere vano ogni tentativo di comunicazione. Un libro che dimostra quanto progresso e controllo non possano essere più lontani.

Valutazione: ⭐⭐⭐

Genere: FANTASCIENZA - Racconti

La stagione delle tempeste - Andrzej Sapkowski

Peccato, rispetto alle raccolte di racconti é veramente terribile: non sembra nemmeno scritto dallo stesso autore. I numerosissimi anacronismi danno veramente noia durante la lettura: come é possibile che in un mondo dove si combatte con la spada e si vive alla luce delle candele, un medico parli di discopatia, o un sovrano di intercettazioni? Inoltre é inutilmente truculento e allungato a dismisura di descrizioni, e particolari insignificanti che sanno tanto di "allungare il brodo", per arrivare a pubblicare un nuovo romanzo anni dopo gli altri, quando ormai le idee erano finite. Consiglierei di saltarlo proprio.

La spada del destino - Andrzej Sapkowski

Seconda serie di racconti sulle avventure di Gerald: bella con innegabili sorprese la storia sul drago, simpatica la sirenetta, sconvolgente la maga. In generale emerge una lieve misoginia, scusabile forse con l'ambientazione simil-medievale, dove le donne non erano troppo considerate, rimane comunque nel complesso toccante e molto piacevole.

Le avventure di Pino il cucchiaino - [a cura della Scuola Materna Arcobaleno - Grosseto

Un vero capolavoro. Forse non sono proprio obbiettiva perché sono una delle coautrici. Eravamo un gruppo di mamme con i bimbi alla scuola materna e abbiamo scritto questa raccolta di storie supportate dalle maestre per invogliare i bambini alla lettura. Mi sono divertita molto a scriverlo e a pensare tutta la realizzazione grafica. Lo consiglierei a tutte le mamme (scrivere un libro per i propri bambini).

108 metri - Alberto Prunetti

108 metri (the new working class hero) è l’ultimo libro pubblicato da Alberto Prunetti e seconda parte di una trilogia che ha avuto la sua genesi nel 2012 con Amianto (una storia operaia). Una trilogia tutta working class; non è banale né scontato ripeterlo, ché Alberto questo aspetto l’ha posto in calce al titolo ogni volta.

Nel secondo atto di questa trilogia il sottotitolo diventa anglosassone perché Alberto ci porta proprio in Inghilterra, patria della (de)industrializzazione per eccellenza, dove più di un secolo fa nacque la classe lavoratrice e dove due giovani tedeschi, certi Karl Marx e Friedrich Engels, si trasferirono per studiarla. È appunto un’Inghilterra deindustrializzata quella che ci fa conoscere Alberto, un’Inghilterra nella quale non ha quasi più senso chiedere pane né rose: ci fa conoscere le cucine dei ristoranti (finto)italiani e dei refettori delle scuole classiste albioniche, e la voragine infernale di un centro commerciale dove è meglio tenere nascosto perfino il proprio accento, non si sa mai.

È una storia epica quella che ci racconta il Prunetti, di un’epica un po’ stracciona forse, monicelliana, per meglio dire: è la storia di una sconfitta, di tante sconfitte, inglesi e italiane. Come reagire allora? Con le parole, ovviamente. Questo il compito del poeta, dello scrittore, di chi come Alberto, alla stregua del Werferth borgesiano di Anno Domini 991, ha imparato a usare le metafore: continuare la battaglia con altri mezzi, scegliendo con cura quelle parole che possono contribuire a cambiare il mondo, giusto come insegnavano i gesuiti cattocomunisti nelle Citta’ del Ferro dove Alberto è nato e cresciuto.

Questo scritto da Alberto non è solo un libro importante, è molto di più: è una proteina che deve essere inoculata nella società per creare quella reazione a catena che farà deflagrare il capitalismo di quest’era post-fordista lunga trent’anni, che schiaccerà quella venefica Entità che, uscita ribollendo dalle paludose acque del delta del Po, è passata per la Val Susa ed è arrivata in terra di Albione assumendo le tremende fattezze di Margaret Thatcher, la Lady di Ferro (sembra quasi uno scherzo, o una brutta presa in giro chiamarla così), colei che distruggendo definitivamente il movimento operaio inglese pronunciò una frase d’una ferocia inaudita: “non esiste piu la società, soltanto l’individuo e la famiglia”. Microcosmi e solitudine, in pratica.

May you burn in hell, Maggie!

Per questo motivo 108 metri è un’opera intesa per esser letta ad alta voce, per esser condivisa, ché il culo bisogna salvarcelo il più collettivamente possibile.

108 metri è un libro scritto di getto, è un’opera di free jazz, dove l’autore propone i propri canoni migliori, ovvero quei pezzi che ogni volta che li racconta, li racconta sempre meglio, e nel raccontarli diventa sempre più bravo nel farlo. Forse è per questo che qualcuno si è spinto a parlare di composite e charachter, o, per dirla con la nostra grammatica, di correlativi oggettivi, non so, non credo sia questo il cuore della questione, ma so per certo che 108 metri non è il seguito di Amianto, bensì molto di più: alcuni personaggi ed ambientazioni sono simili, certo, i comandamenti operai sempre gli stessi, ovviamente. Amianto, però, era una testimonianza: della vita di Renato, dei suoi insegnamenti, del suo lavoro, delle sue lotte, della sua tragica morte. 108 metri compie un salto di qualità non indifferente: gli operai ora sono i protagonisti, raccontano la loro storia in prima persona, assumono finalmente una voce propria, forse meno autobiografica ma di certo più argentina.

Per dirla con degli esempi noti: meno Paolo Volponi, più Anthony Cartwright (o Margaret Powell, o David Peace, o Irvine Welsh, che è più working class di quanto pensiate, maledetto labeling).

Se Amianto era un cazzotto alla bocca dello stomaco, la lettura di 108 metri è il morso del ciuco che ti fa la vita: 108 metri, infatti, è un libro riuscito ed efficace, ti strappa la risata quando vuole far divertire, ti fa scendere il lacrimone quando ti vuol commuovere.

108 metri è un libro punk, perché il punk è il jazz degli operai.

108 metri è poi un libro dai chiari echi bianciardiani: l’invettiva (Bloody hell!) che usa Alberto in alcuni brani del libro, la mescolanza di comico ed aulico, il registro linguistico dell’opera, in particolar modo lo Spanglish del cuoco Long John, ne sono chiari segni; solo che Alberto è stato talmente bravo che a Luciano non gli fa il verso, Alberto è se stesso per tutte le 140 pagine del libro.

È per questo che 108 metri è un libro coraggioso: l’occasione di pubblicarlo gliela offre la prestigiosa Laterza, ma lui resiste alla tentazione di fare il compito pulito, il bell’esercizio di stile, invece sporca e ibrida la sua prosa restituendoci un libro straordinario. Brava Laterza a credere in lui e ad inserirlo, insieme ad esempio alla Lettera sovversiva della Roghi, nella giusta piega tra saggistica e narrativa; guarda caso, prima di loro, uno dei pochi ad esser stato pubblicato dalla casa editrice che non fa narrativa è stato proprio Bianciardi (insieme a Cassola) con I minatori della Maremma.

108 metri è un libro che ha avuto una gestazione lunga, quasi 6 anni, anni nei quali Alberto di cose ne ha fatte: il figlio, per esempio, è diventato padre.

E allora è giusto chiudere con le parole di Quattr’etti

Cantagliele sode e vedi di raccontalla per le rime la nostra storia… Ora tocca a voi doventa’ padri.

Cantacele sode Alberto, a noi lettori, a noi figli di questa società liquida e liquefatta; cantale sode a chi è (stato) costretto a scappare da quest’Italia su una strada ferrata costruita 108 metri alla volta, a chi va pel mondo con le castagne in tasca ma non vuole più camminare da solo, diglielo:

You’ll never walk alone

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Titoli di coda

Questo post non è solo il frutto della mia lettura del libro, alla farina del mio sacco s’è aggiunta quella macinata durante una presentazione del libro: e allora è giusto ringraziare e dare credito per primo ad Alberto Prunetti, alle sue letture dal vivo e alla sua disponibilità; all’Associazione Culturale Kansassìti di Grosseto che ha organizzato la serata e ci ha allietato con della buona musica e dell’ancor meglio vino rosso; a Roberta Lepri che ha aperto la serata e al prof Simone Giusti, del collettivo #Bianciardi2022, che l’ha conclusa; a chi ha partecipato e alle domande che ha fatto ad Alberto, che mi hanno chiarito un sacco d’interrogativi. Un grazie alle influenze di Federico Guglielmi, aka Wu Ming 4, alla sua esegesi della Battaglia di Maldon e alla presentazione di Iron Towns che ha fatto a Roma con Cartwright; alle conversazioni tra Wu Ming 1 e il maestro Lovecraft, alle parole di Girolamo De Michele. Una special menscion a xho e al progetto Futbologia.

Notturno cileno - Roberto Bolaño

Come magistralmente recita il titolo, Notturno cileno è un libro che parla di oscurità e di ombre. È, innanzitutto, la storia narrata in prima persona di Sebastian Urrutia Lacroix, prete, poeta e critico letterario, di padre basco e madre franciosa. L’incipit è fulminante:

Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all’improvviso le cose sono emerse. La colpa è di quel giovane invecchiato. Ora non sono più in pace. Bisogna chiarire certi punti. Quindi mi appoggerò su un gomito e solleverò la testa, la mia nobile testa tremante,  e cercherò nell’angolo dei ricordi quelle azioni che mi giustificano e perciò smentiscono le infamie che il giovane invecchiato ha sparso in giro a mio discredito in una sola notte fulminea

Da qui, appunto, si parte, e insieme a Urrutia attraversiamo un buon mezzo secolo di Storia, soprattutto cilena. Non stupitevi se durante il racconto incontrerete Neruda, se sentirete parlare di Ernst Jünger, se vi ritroverete in un salotto elegante con Pinochet e la sua giunta militare; se farete la conoscenza di Sordello.

Sordello? Chi era costui?

Un libro di ombre, dicevo, quelle che la Storia proietta sul mondo e sugli uomini. Un libro di oscurità, quelle dell’anima stavolta, di una persona meschina come Sebastian Urrutia, prete reazionario e connivente, uomo dalla vita tranquilla e agiata all’ombra dell’Opus Dei. Chissà se Bolaño ha proiettato una parte di sè nel personaggio, lui che in vita di demoni ne ha dovuti affrontare tali e tanti; oppure se ha voluto raccontare una storia emblematica per tutti noi, troppo spesso pronti ad autoassolverci, impegnati a raccontarci una realtà che ci fa stare comodi  e al caldo.

Gran bel libro, difficile, disturbante: una storia splendida, nonostante ruoti tutto intorno a un personaggio così odioso. Una lettura coinvolgente, che mi ha colpito nel profondo. Un dettaglio da non trascurare: Bolaño scrive tremendamente bene. Il ritmo del libro è incalzante, la storia ti arriva addosso ad ondate crescenti: ti tiene incollato alle pagine e ti stordisce. Stordito, ecco come mi sono sentito dopo aver letto l’ultima, potentissima frase del romanzo, che ti colpisce dritto alla bocca dello stomaco, dura e vera come le parole del giovane invecchiato.